di Sergio Pispisa
Il Direttore Generale dell’ATD Quarto Mondo, una Organizzazione non Governativa Internazionale per combattere la povertà nel mondo, con la quale collaboro come volontario e corrispondente del Forum Permanente di Parigi, vorrebbe sapere se nella mia città le persone senza fissa dimora, oltre a essere sostenute materialmente e moralmente, vengano aiutate ad esprimere le loro idee, i loro problemi, le loro aspettative, al fine di capire se sia possibile recuperare alcuni di loro nel tessuto sano e produttivo della società.
La condizione dei “Senza Tetto”, o “Homeless”, spesso spregiativamente definiti “Barboni” o “Clochard”, è quella di coloro che sono senza casa o fissa dimora; è lo stato in cui si trovano quelli che non possiedono nulla, neanche un tetto sotto cui ripararsi.
Sono stato vicino agli “homeless” della mia città di Taranto per circa un mese, li ho serviti alla mensa dei poveri, gestita dalla Chiesa Cattolica della Madonna del Carmine, ho dialogato con loro con grande rispetto e umiltà. Ho avuto modo di conoscerli e di capire quali fossero i loro desideri.
Dalle informazioni ricevute dagli organizzatori della mensa, l’anno scorso il numero dei “senza tetto” era intorno a 35 – 40 unità e quest’anno, già dai primi mesi, il numero delle presenze è salito a 70 – 80. Fra questi vi è un’alta percentuale di giovani, più uomini che donne, dai 22 ai 40 anni, alcuni sono italiani, altri di nazionalità diverse. Poi vi...
è una fascia di adulti dai 40 ai 60 anni e infine persone oltre i 60 anni. Vi è anche qualche nucleo familiare.
Per gli extracomunitari, tutti giovani, provenienti dalla fascia settentrionale dell’Africa, vi è sempre un avvicendamento perché molti di loro, non trovando lavoro nella nostra città, si spostano al Nord Europa, dove si incontrano con amici o parenti in cerca di fortuna, e ci sono di continuo nuovi arrivi.
Una persona è considerata senza fissa dimora quando versa in uno stato di povertà materiale assoluta, connotata da un forte disagio abitativo, cioè dalla impossibilità e/o incapacità di provvedere autonomamente al reperimento e al mantenimento di una abitazione propria.
Purtroppo, il fenomeno che costituisce un elemento ricorrente di marginalità sociale nei paesi economicamente avanzati, è difficile da misurare ed è poco conosciuto.
Tra queste persone, con cui ho avuto il piacere di dialogare, vi sono quelle un po’ più fortunate rispetto ad altri. “Franco” (da qui in avanti userò dei nomi fittizi, per il rispetto della loro privacy) si ritiene più fortunato degli altri perché ha un piccolo lavoro part-time con una assunzione in nero, che gli permette di sopravvivere, mangiando alla mensa e dormendo nella sua macchina.
Anche quei pochi di loro che hanno un minimo di pensione sociale e riescono a pagare il fitto per una casa senza riscaldamento e per le bollette della luce, sono destinati a diventare “senza tetto” e già da anni mangiano alla mensa e tirano faticosamente avanti. In gran parte, queste persone, sono disperate perché non sono riuscite ad accumulare i contributi sufficienti per percepire il minimo della pensione.
Un altro mio amico, “Mario”, un uomo di circa 50 anni, si è confidato con me dicendomi che non riesce più a sopportare questa vita dura e squallida, che lo fa impazzire. Ho potuto dirgli solo parole di conforto e di speranza per un futuro migliore. Una coppia di fidanzatini giovanissimi della Bulgaria è arrivata a Taranto perché la mamma di lei lavora già come badante in questa città; i giovani vengono a mangiare alla mensa, ma non ho potuto dialogare molto con loro perché non parlano l’Inglese. Un ragazzo simpatico algerino, molto sveglio, parla e capisce molto bene la nostra lingua perché nel suo paese lavorava in una agenzia di viaggi e aveva contatti con turisti italiani e seguiva la T.V. italiana.
Vi è anche un uomo di Taranto, “Lello”, molto simpatico e quasi sempre gioviale, con le battute pronte, che rivolge la parola a molti, anche se la maggior parte dei commensali non gli risponde.
I più anziani sono quelli taciturni, non parlano quasi mai con nessuno. Sono troppo stanchi e sfiduciati della vita che conducono. Alcuni non hanno più speranza che la loro vita possa migliorare e quindi sono rassegnati al loro destino. Apparentemente sembrano persone di età avanzata, ma presumo che siano molto più giovani e che le difficoltà della vita che conducono li invecchi precocemente. Sono nervosi e irascibili e qualche volta vi sono forti tensioni anche tra di loro. Con tatto e discrezione, tuttavia, si può interagire con loro anche se sono suscettibili e permalosi : a lungo andare la vita con tante privazioni e la solitudine logora la psiche della persona creando disturbi mentali. Un giorno ho visto entrare nella mensa un giovane marocchino infreddolito con il viso arrossato. Gli ho chiesto cosa avesse e mi ha risposto che si era influenzato per il freddo preso in strada e non sapeva come curarsi. Gli ho procurato subito diverse pastiglie di aspirina e dopo due giorni si è ripreso.
Un aspetto interessante è che quando arrivano alla mensa, molti di loro mostrano un piccolo sorriso : come se entrassero in un ambiente familiare. Al contrario, dopo il pranzo, quando stanno per andare via, diventano tristi perché devono riprendere il loro vagabondare in strada senza meta.
Ho potuto notare nella mensa dei poveri due altri aspetti interessanti : la povertà materiale e la ricchezza dei sentimenti.
La prima è rappresentata dall’estremo degrado di coloro che vengono a mangiare, l’altra dal calore e la gentilezza di tutti i volontari e donatori che offrono la loro disponibilità con un sorriso, con rispetto e umiltà, e grande spirito di solidarietà.
Considerando che ogni essere umano è una persona, dotata di intelligenza e libera volontà e che quindi è soggetto di diritti e doveri, che sono universali, inviolabili e inalienabili, è triste vedere le condizioni di indigenza ed abbandono in cui versano queste persone ed è nostro dovere, prima ancora che un atto di carità, aiutarli.
Ma quali sono i motivi che portano a tale condizione? Purtroppo sono molteplici e quasi tutti determinano l’esclusione sociale, e.g. :
• Abuso domestico, incluso quello sessuale, fisico e mentale : le vittime che scappano da questi tipi di abuso, spesso si ritrovano sulla strada;
• Detenzione in carcere : molto spesso le persone appena uscite dal carcere non trovano lavoro e nessun luogo dove andare;
• Problemi di salute mentale : le persone sofferenti per disturbi psichici, spesso, se sono soli, non riescono a gestire una propria abitazione;
• Gioco d’azzardo, accumulo di debiti per una crisi finanziaria;
• Separazione coniugale, quando la necessità di sostenere le spese di due abitazioni è impraticabile;
• Alto costo delle abitazioni che si aggiunge alle inadeguatezze dei servizi sociali e la carente disponibilità di alloggi pubblici;
• Insufficienza dei salari per una vita decente;
• Varie disabilità e malattie croniche.
Queste sembrano essere le cause principali, ma ce ne sono molte altre, meno frequenti, che determinano questo stato di emarginazione.
Quali sono i posti in cui i “senza tetto” possono rifugiarsi? I dormitori offrono un alloggio economico e spesso sono usati da coloro che cercano di uscire al più presto da una condizione di disagio. Ma nei luoghi in cui non vi sono dormitori pubblici o sono insufficienti, gli “homeless” in genere si rifugiano all’aperto all’interno di una tenda, dei parchi, gli autobus, sotto i ponti o nelle stazioni ferroviarie; spesso si servono degli edifici abbandonati, di automobili fuori uso se non addirittura dentro i cartoni.
Questo modo di vivere presenta diverse problematiche per la sicurezza degli stessi “homeless” e per motivi di ordine pubblico e sociale. Per alcuni di loro le case popolari potrebbero essere una soluzione, anche se costosa, per ridurre di molto il circuito perverso che porta a diventare un “clochard”. Inoltre, manca ogni tipo di assistenza e di servizio sociale che sarebbero necessari per il controllo della dipendenza dalla droga o per il trattamento dei disturbi psichici depressivi.
Tuttavia, il diritto alla casa, il diritto di vivere in un luogo dignitoso, che risponda ai requisiti di sicurezza, igiene e salubrità, equivale al diritto alla vita. Il nostro paese arranca sul terreno delle politiche abitative e sulle iniziative tese a prevenire situazioni di disagio e emarginazione sociale.
Per questo, dal Consiglio dell’Europa è arrivata una condanna per l’Italia, attraverso il rapporto 2011 redatto dall’ “European Committee of Social Rights”, per aver violato l’articolo 31 Comma 2 della Carta Sociale Europea che recita : “Per garantire l’effettivo esercizio del Diritto all’Abitazione, le Parti si impegnano a prendere misure destinate a prevenire e ridurre lo status di “Senza Tetto” per eliminarlo gradualmente.
Un piano di lotta alla povertà ha bisogno di idee e contenuti, ma ancora di più di legittimazione politica e sociale, per dare dignità e priorità a investimenti oggi ignorati perché non considerati necessari o urgenti.
Ma in effetti, quali sono i servizi che si offrono ai “senza tetto”? La Charitas Italiana offre il ricovero notturno nei locali del Comune che viene gestito grazie ai volontari. I bisogni primari come cibo, vestiario, igiene personale sono gestiti sempre dai volontari. Ma non esiste nessuna organizzazione che offra accoglienza diurna e aiuto morale e materiale, per far sì che possano uscire dalla situazione di degrado.
Sappiamo che viene dato loro cibo a mezzogiorno e sera ed un posto letto per la notte, ma durante il giorno girovagano per le strade della città. Sarebbe possibile creare una struttura per il recupero di queste persone come Centro Sociale? Tirarle fuori dalla povertà ed inserirle in un contesto sociale e produttivo, allo stato costerebbe molto meno.
L’obiettivo è di garantire una adeguata formazione specifica ad ogni individuo per l’introduzione nel mondo del lavoro e nella vita sociale attiva e produttiva. Questo sarebbe un problema urgente e un aspetto fondamentale della lotta contro lo stato di povertà, che può essere considerato la più grande violazione dei diritti umani.
Il Centro Sociale, gestito dal Comune insieme ad altre attività locali ed organizzazioni religiose, dovrebbe svolgere attività di pianificazione per sostenere sia individualmente sia socialmente queste persone e per riuscire ad integrarle.
Inoltre è importante che coloro che vengono aiutati abbiano una parte attiva nel processo di reinserimento sociale. A tale riguardo, nella nostra comunità, vi è anche l’inserimento degli immigrati; possiamo vedere molti giovani che mendicano in vari punti al centro della città; essi non parlano la nostra lingua perciò è ancora più difficile per loro trovare una regolare occupazione.
I Centri Sociali potrebbero essere un osservatorio permanente dei risultati degli interventi politici ed istituzionali. Potrebbero raccogliere dati sul numero degli immigranti, sulle nazioni da cui provengono, sul livello di competenze lavorative e scolarizzazione. Alcuni volontari potrebbero insegnare loro la lingua italiana e gli aspetti fondamentali della nostra cultura e società.
E’ importante comprendere le differenze tra la nostra e la loro cultura, per iniziare un dialogo sui nostri costumi e modi di vivere. Solo a queste condizioni, sarebbe possibile un adeguato inserimento nella nostra società.
Tuttavia, un Centro Sociale ha molti problemi da affrontare, non solo quelli riguardanti gli immigrati ma anche quelli di recuperare i giovani che vivono nelle aree sottosviluppate della nostra città; è necessario controllare i casi di abbandono scolastico e di possibili devianze psicologiche; è anche importante controllare se le famiglie si prendono cura dei propri figli, per evitare abusi e sfruttamento. Soprattutto i poveri dovrebbero avere una assistenza a lungo termine per creare fiducia, autostima e piena partecipazione nella comunità.
In altri termini, per risolvere questi tragici e complessi problemi, è necessario tener conto dei principali aspetti che sono correlati alla consapevolezza ed organizzazione sociale, all’impatto economico e, infine, alla volontà politica.
In conclusione, nella mia città ci sono gli stessi problemi che si possono trovare dovunque nell’Europa, come l’aumento dei poveri e degli “homeless” a causa della crisi economica e le difficoltà di ordine politico che il Parlamento Europeo cerca di superare con una politica di coordinamento generale delle leggi ed iniziative.
Questa è una nuova sfida che dobbiamo affrontare, perché è tempo di costruire una migliore società in cui tutti possano esprimere le loro opinioni e prendere parte come protagonisti.
Per questo motivo non si dovrebbe mai dimenticare ciò che Padre Joseph Wresinski, fondatore del Movimento Internazionale ATD Fourth World, ha detto :
“Laddove uomini e donne sono condannati a vivere in estrema povertà, vengono violati i diritti umani. Riunirci per garantire che questi diritti siano rispettati, è nostro solenne dovere”.
Pispisa Sergio
Volontario del Movimento Internazionale
ATD Fourth World (Londra)
(www.atd-uk.org)
Corrispondente del Forum Permanente
sulla Estrema Povertà nel Mondo (Parigi)
(www.overcomingpoverty.org)
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