Una delle ultime circolari emanate dal DAP alle Direzioni delle carceri riguarda la carta igienica: ai non “abbienti” viene fornita dallo Stato, gli “abbienti” se la devono comprare. E viene stabilito il limite per definire “abbiente” o “non abbiente”: chi ha sul proprio libretto di c/c più di 10 (dieci!) euro è considerato “abbiente”.
Secondo me questo solo dato riassume in sé la cifra del degrado culturale che dà luogo ad un modello di carcere fuori da ogni parametro legale e costituzionale, fuori dal concetto di diritto naturale, fuori misura e fuori controllo. Talmente fuori che parlare di violazione della dignità per le persone detenute è un eufemismo, parlare di civiltà giuridica è una bestemmia! Io direi che si può legittimamente parlare di <<riduzione in schiavitù>> dei vecchi e nuovi poveri, una fascia sociale in costante espansione. Si dice (nei resoconti giornalistici e nei dati statistici) che un terzo delle persone detenute sono tossicodipendenti ed un altro terzo sono migranti. In verità io credo che si debba parlare di tossicodipendenti e migranti poveri, giacché i tossicodipendenti e migranti non poveri (e pure incappati nelle maglie della giustizia) che possono avvalersi di un’adeguata difesa sono molti di più di quelli incarcerati. Il problema, dunque, non è questione di colpevolezza o innocenza (senza dimenticare che il 50% delle persone detenute non sono giudicate in via definitiva e dunque da considerare innocenti!). La desertica sete di carcere, culturalmente veicolata fino a farla sedimentare nel completo corpo
sociale, deriva dalla necessità di sopprimere l’esclusione sociale nel più totale silenzio. Una volta si diceva repressione delle classi sociali subalterne, adesso siamo all’annientamento dei poveri tra i poveri. E poiché il confine tra poveri e non poveri è sempre labile, allora l’annientamento riguarda i poveri-poveri, sbandierando simbolicamente il destino di quanti sono in fase d’impoverimento progressivo. Ecco, questo, io credo, è il dato interessante da prendere in esame per capire la funzione del carcere, specialmente in una congiuntura critica come questa che stiamo vivendo da ormai un ventennio. E’ altresì urgente e necessaria la consapevolezza della complessità di questa istituzione nel terzo millennio. Un paradigma, quello del carcere, che rompe i modelli tradizionali, così come sono andati in frantumi le regole della convivenza sociale a partire dal mondo del lavoro e da quello dell’istruzione. Il bagaglio tradizionale dell’esperienza passata, le stesse categorie verbali non sono più adeguate alla nuova situazione concreta. E le nuove categorie, le nuove regole, il nuovo ordinamento sociale e civile non possono nascere dalla testa di qualche genio. Non è questione d’ingegneria istituzionale. Quanto, io credo, l’esito di un dibattito collettivo reso consapevole dell’inadeguatezza dei paradigmi del passato (storicamente anche recente) che pure ci offrono uno specchio da non infrangere, di cui tenere conto e memoria per il suo oltrepassamento. Il capitale odierno non è più il capitale del secolo scorso, così come tutte le istituzioni che lo vorrebbero rappresentare. Siamo ormai alla rapina deliberata a livello localistico e planetario. La forza economica diventa legge e l’arbitrio diventa giustizia. La guerra guerreggiata non produce più morti di quanti se ne producono nei quartieri delle nostre città comprese le carceri. C’è una questione di proporzioni ma l’obiettivo della morte resta la costante, lo scopo comune è quello di garantire a pochi individui l’esercizio del potere reale (che non è questo o quel governo, questa o quella maggioranza, bensì questo o quel profitto da realizzare ad ogni costo! Quindi anche al costo dell’annientamento lento e dissimulato d’un’umanità resa povera e perciò fragile!).
Poste così le cose, la questione carcere che abbiamo di fronte, in quanto capolinea per lo sterminio dei poveri, non può più essere approcciata (ed eventualmente ricondotta all’interno di schemi tradizionali) in modo frontale e meno che mai in modo compassionevole. E’ una questione squisitamente politica e in quanto tale richiede una strategia fatta di alleanze soggettive ed oggettive. Voglio dire che diventa esiziale l’alleanza nel dibattito politico della parte più consapevole del terzo settore. Parlo di consapevolezza politica. Di quella parte del terzo settore che non fatica a scorgere immediatamente il filo che lega tutta l’esclusione sociale (dalla fabbrica, alla scuola, alla strada…) senza cedere alla semplificazione carceratese che pure ci offre una “grammatica” interpretativa dell’intera realtà sociale (il carcere è un laboratorio che riproduce con crudezza esattamente ciò che succede fuori, nulla di più e nulla di meno). Per avviare una discussione politica “aperta” potremmo immaginare un asse nazionale che partisse da Torino, Firenze, Roma, Napoli e Bari, dove ci sono dei riferimenti immediati e anche una condivisione ideale.
L’altro corno strategico è composto dalla necessità e l’urgenza di cercare le alleanze oggettive, ossia quelle realtà sociali pure drammaticamente attraversate dal fenomeno dell’esclusione: dalla fabbrica alla scuola, alla strada e fuori di esse. Voglio dire che dobbiamo uscire fuori dagli schemi tradizionali per intercettare l’esclusione, la povertà. Infatti, in fabbrica troviamo gli operai e le loro sigle organizzative, ma certamente non troviamo i cassintegrati e i licenziati, gli impoveriti che disperatamente vagano non si sa dove; così come a scuola troviamo gli studenti, non certo quei ragazzi che la scuola non possono più permettersela, non certo i loro familiari che a grande fatica li mantengono. E che dire dei migranti, quelli col permesso di soggiorno e quelli senza: chi restituisce loro la voce? Persino i “regolari” che ogni giorno combattono la battaglia per la sopravvivenza e quella parallela della burocrazia assillante…
Naturalmente interloquiremo con le realtà istituzionali e valorizzeremo le buone pratiche. Non possiamo farci complici di chi e quanti anziché la lotta alla povertà fanno la guerra ai poveri. Dovremo altresì non trascurare mai di mettere in evidenza il filo che lega inesorabilmente tutte le forme di povertà, superando le pareti ideologiche che inducono ciascuno e tutti ad una disperata solitudine, alla guerra dei poveri. E’ ormai un esercito sterminato quello dei poveri. Un esercito nel quale le mafie pescano a piene mani e non solo per la manovalan
za! Un esercito polverizzato che si coagula nel suo “naturale” capolinea: il carcere: il buco nero gestito ormai solo con la violenza arbitraria fino alla morte, passando per la disperazione, i maltrattamenti, la tortura. Un esercito sul quale lo Stato ha il totale ed incontrollato dominio senza più la capacità di garantirne la mera sopravvivenza: in un decennio –come si può vedere nello specchietto che segue- i morti nelle carceri italiane si avvicinano a quelli delle Torri Gemelle! Tacere di fronte a questo sanguinario massacro (silenziato) significa, secondo me, farsi complici!
Sono questi i rilevamenti fatti dall’osservatorio di Ristretti Orizzonti (www.ristretti) utilizzando i dati del DAP. Morti più o meno ammazzati quasi sempre senza <<responsabili>>! E la strage prosegue senza soluzione di continuità.
Mentre finisco di scrivere arriva la notizia di altri tre cadaveri usciti dalle nostre prigioni: Pavia, Trieste e Cagliari. Un suicidio per impiccagione (una donna, tossicodipendente di 42 anni, a Cagliari) e due uomini di 33 e 37 anni, morti per <<cause da accertare>>. La macina della morte continua a girare… Fino a quando staremo a guardare o ci limiteremo ad aggiornare i numeri sulle tabelline?
Beppe Battaglia
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