Intervista a Ludovico Abbaticchio, Assessore alle Politiche sociali del Comune di Bari a cura di Paola Springhetti & Chiara Castri
La povertà crea esclusione sociale e marginalità. Soprattutto per alcune fasce di popolazione che hanno caratteristiche proprie di fragilità, come gli adolescenti, che corrono il rischio di essere schiacciati dalle necessità di sopravvivenza e di deviare. Durante la Focus week sull’anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale si è parlato anche di loro. Questo è il punto di vista di Ludovico Abbaticchio, Assessore alle Politiche sociali del Comune di Bari.
Lei punta molto sul tema degli adolescenti? Vuol dire che non c’è una sensibilità nei confronti della povertà in questa fascia di età?
«Il cambiamento psicologico e fisico che un adolescente normale avverte nella strutturazione del sè nel passaggio dall’infanzia all’età adulta rappresenta già un disagio. Se ha una situazione di stabilità socio-economica e familiare adeguata supera questo passaggio e trova i suoi percorsi di adulto nell’ambito della collettività civile.
«Queste forme di devianza sono in crescita perché ci muoviamo in una società sempre più egoistica, meno attenta allo sviluppo psico-fisico e sociale dell’adolescente, che non si interessa realmente alle politiche che riguardano questa fascia d’età. Quando ero ragazzo, 35 anni fa, i miei genitori erano preoccupati che potessi fumare una sigaretta o mettere incinta una ragazza. Oggi il genitore di un figlio adolescente o ex adolescente deve preoccuparsi che suo figlio si droghi o beva cicchetti, che abbia un rapporto difficile con la sua salute. Il sistema sociale dell’allarme familiare si è modificato sui temi della sessualità, del bullismo, della violenza, dell’obesità, dell’anoressia e della bulimia, della tossicodipendenza, del fumo e dell’alcool, della paura della morte. Su questo gioca un ruolo anche la pubblicità e il tema dell’apparire. Questo porta ad una situazione di aggressività del mondo degli adulti verso un sistema psicologico in crescita su cui si sta scrivendo il futuro di una storia. Una situazione che riguarda e coinvolge il mondo delle istituzioni: spesso l’adulto che vi opera ha dimenticato di essere stato adolescente e come muoversi per realizzare progetti di inclusione delle fasce adolescenti più povere, per recuperarle e riportarle ad una “normalità” sociale».
L’adolescenza, tuttavia, è il momento in cui il soggetto sfugge all’istituzione. Come fa un’istituzione a entrare in rapporto con i ragazzi in questa fascia di età?
«Le rispondo con un esempio. Prendiamo l’assistenza sanitaria: il pediatra assiste il bambino fino all’età di 12 anni. Dai 12 ai 18 anni c’è il medico di famiglia, che non è culturalmente abituato dal sistema universitario a ragionare in termini di assistenza socio-sanitaria allo sviluppo psico-fisico di un ragazzo dai 12 ai 18 anni. La medicina scolastica, poi, non esiste più. Ci preoccupiamo del rachitismo, del corretto sviluppo di vista, udito, apparato genitale. Il sistema istituzionale della salute non ragiona sul tema dei rapporti del ragazzo nell’ambito di un sistema sociale che può essere la scuola o la strada. Credo, tuttavia, che le istituzioni intese come sistema debbano muoversi in modo molto più programmato ed organizzato perché quella dell’adolescenza è la fascia d’età più debole. Oggi nel nostro paese la mancanza di autonomia economica porta l’adolescenza a prolungarsi fino ai 30 anni: è un sistema che deve riprendere il ragionamento del welfare, sulla base di un diverso modo di investire denaro pubblico a favore della famiglia. Perché anche la famiglia è cambiata, l’assistenza familiare, le dinamiche di coppia, i rapporti con i figli».
L’istituzione che maggiormente dovrebbe svolgere un ruolo di accoglienza è la scuola…
«Sono il comune, la scuola e le aziende sanitarie, ma sono separate. Viviamo in un sistema di monadi che non si influenzano tra loro: il sistema di integrazione socio-sanitaria-educativa sta nascendo ora come progettazione dei co-finanziamenti. Nasce, però, dall’autogestione aziendale di scuola, aziende sanitarie, comuni, non su una programmazione dei finanziamenti basata su obiettivi e progettualità concreti. Siamo in una fase in cui dobbiamo badare all’essenziale. E l’essenziale è creare un progetto che possa aiutare il minore a diventare un adulto più sano».
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