La morte di Yussuf: una questione di ordinaria amministrazione
Written by Administrator,
on 17-01-2010 11:10
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di Giuseppe Brancaccio www.osservatorio.campania.it
Il dolore per la violenza che ha provocato la morte Yussuf è intenso, e grande è l'orrore per il disprezzo che non conosce pietà. Tanto enorme è quanto accaduto che qualcosa nel profondo suggerisce di fare silenzio. Fare silenzio non è facile, non è facile smettere di ascoltare se stessi e mettersi davanti a Yussuf come lui, naufragato dopo un lungo viaggio alla ricerca di una vita più degna, era costretto dalla sua povertà a stare davanti a noi: senza nessuna difesa.
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A Rosarno hanno sparato, con un fucile ad aria compressa, contro uomini neri, per esprimere disprezzo verso tutti i neri. Qualche mese fa a Poggiomarino è successa la stessa cosa a Rachid, un marocchino che tornava a casa in bicicletta con le buste della spesa attaccate al manubrio. In quel caso i responsabili sono stati identificati: ragazzi del posto, minorenni, che hanno confessato convinti che sparare ad un immigrato non fosse una cosa poi tanto grave. Lo scarso rilievo dato alla notizia e le tiepide reazioni istituzionali li hanno certamente confermati in questa idea. Prima ancora la strage di Castevolturno, dove le armi e i proiettili erano differenti, adatti ad uccidere, ma la ragione era la stessa: colpire alcuni neri per intimidire tutti i neri.
La prima volta che ho visto il muro di Berlino pareva dovesse restare in piedi ancora a lungo. Il muro era come uno specchio deformante dove si riflettevano le paure e le certezze della città doppia: il bene e il male, la verità e l'errore, la libertà e la schiavitù erano divise in modo netto. Nelle due Berlino le sezioni dei musei dedicate alla storia contemporanea chiarivano ogni dubbio: ad ovest si raccontava come il comunismo avesse imprigionato milioni di tedeschi, impedendo loro di conoscere democrazia e benessere; ad est si raccontava come le minacce delle spie e degli agenti del capitalismo mondiale avessero costretto le autorità a costruire, anche fisicamente, una barriera per difendere la società socialista.
Mercoledì 21 ottobre, ore 9.20, Via di San Vito, una stradina nel centro di Roma che collega Via Merulana con Via Carlo Alberto. Il selciato è fatto di sanpietrini, un uomo appena uscito da un bar getta nello spazio tra due di essi un fazzoletto di carta usato facendo attenzione che entri ben bene e che non si possa vedere. “Sennò sta brutto”, penso io. Perché raccontare questo episodio? Perché è collegabile con quanto accadrà a Roma a partire dal 1 novembre prox, quando entrerà in vigore una ordinanza del Sindaco contro lavavetri e rivenditori di fazzoletti, giocolieri, i “lavoratori precari dei semafori”
Osservatorio sulle Povertà www.osservatorio.campania.it
Un bambino di 6 anni è morto perché sua madre, anche se lavora, è così povera da non poter pagare la bolletta della luce. E' morto in silenzio, stordito e poi vinto dalle esalazioni di un braciere. Era un bambino vivace, raccontano che sognava un futuro da ingegnere. Non è scontato che un bambino nato alla Sanità sogni di fare l'ingegnere. Un bambino che fa sogni grandi si sente molto amato, sostenuto, stimato dagli adulti che lo circondano. Elvis poteva fare sogni grandi, anche se era piccolo e povero, perché sua madre Manuela, con grande dignità lavorava e non gli faceva mancare niente.